lunedì 13 febbraio 2017

Smetto quando voglio - Masterclass



Ci voleva Smetto quando voglio per dire che "Sì, anche noi italiani facciamo sequel e trequel", e li facciamo bene.
Con occhio guardingo e pure un po' sborone, col dito rivolto alle americanate che hanno fatto la storia di Hollywood e della grande industria cinematografica.
Dal treno a vapore che alludeva al destino nell'ultimo capitolo di Ritorno al futuro, agli schiaffi alla stazione di Amici miei.
Il progetto, di cui parliamo con una punta di orgoglio, è stato lanciato nel 2014 dal regista Sydney Sibilia, al suo esordio nel lungometraggio.
Il primo di una trilogia, che vede una banda di ricercatori universitari alle prese con le smart drugs e una serie di sfortunati, nonché bizzarri, eventi.


Ciò che ha contraddistinto quest'idea, è l'aver realizzato una commedia che fosse allo stesso tempo un po' cafona e un po' signora. Disgraziata come l'italiano che resta e non sa più quale storia inventare, per campare. Cafona per finta e per davvero, come l'antropologo che conosce la sua gente, quel campione sondato e vissuto, di popolo rozzo, animali "de strada".
E l'Italia di oggi funziona solo così, farcita di storie surreali ma vere, che sullo schermo fanno ridere, fanno riflettere. Ti fanno sbandare fino alla disperazione, ti condannano all'esilio, a una vita intera legata al tentativo di spiegare agli altri ciò che realmente sei. 
Le formule del chimico, i discorsi in codice dei latinisti e l'analisi di mercato del povero Bartolomeo. 




Smetto quando voglio - Masterclass è un ulteriore passo in avanti del cinema italiano, che matura l'idea di un film che possa funzionare dal punto di vista commerciale e, perché no, anche autoriale. Duelli in sella a un treno che va, e divide in due la strada. Un vagone merci pieno di pillole e site car del terzo reich. Originali, mi raccomando.
Perché un professore ci tiene, a certe cose. E la sua follia diventa la nostra, di tutti. Un cannone che uccide la grandine e ignora i cattivi, supereroi improbabili che vorrebbero vincere contro il fardello che si portano addosso, e ricordare a questo paese le ragioni per le quali lui continua ad ignorarli, peggio ancora, a deriderli.
Quella laurea, maledetta.
Quei tentativi assurdi di realizzarsi, e io che ringrazio il cinema e lo maledico, perché al di qua dello schermo poi, mi aspetta la storia più folle che si possa raccontare.
La vita vera.
Finita l'impresa di questi sgangherati si torna indietro.
E cosa mi aspetta?
Un cammello. 
Una marea di gente che continua a non capire nulla di me.


venerdì 10 febbraio 2017

Marco Missiroli, Atti osceni in luogo privato



Diciamo che il titolo inganna, lo dico per esperienza personale.
"Questo Missiroli avrà romanzato gli impulsi primordiali e le porcate tipiche degli uomini", ho pensato. "Sai che palle!" - ho ribadito.
Sì, da vera stronza femminista quale sono.
Tuttavia, di quell'osceno dichiarato a partire dal titolo e da una copertina per niente equivocabile, un dettaglio mi rassicurava e, al contempo, mi seduceva.
Il luogo privato.
Ho deciso di leggere il libro di Marco Missiroli perché volevo delle risposte: "Cosa intende l'autore per luogo privato?"

La paura iniziale, ovvero che il tutto riconducesse a una serie infinita di pompini e imprese onanistiche da urlo, l'ho superata dopo circa cinque secondi che ho iniziato a leggere.
Missiroli, inizia con la storia dei pompini, vero. Ma nella stessa pagina ci sono i cappelletti in brodo.
Non è mica un caso. L'ho capito subito.
Atti osceni in luogo privato è un romanzo intimo e per niente osceno. Bisogna uscire dal quadrilatero dei termini convenzionali, per capirlo.
La storia di Libero esplode dal trauma infantile che vede una madre adultera, e procede sotto il segno del sesso e dell'autoerotismo come cura ineluttabile contro il male di vivere, per superare l'invisibilità dell'adolescenza, fino ai tradimenti dell'età adulta.
Libero è un ragazzino dalle guance paonazze e dal cuore in fermento, che sta lasciando l'infanzia per addentrarsi nei primi tumulti dell'adolescenza. Il trasferimento a Parigi, il liceo, quel sentirsi incompleti, le prime amicizie.

"Andai in bagno e trattenni il pianto, quando uscii mi trovai di fronte Antoine Lorraine. Mi fissò. - Ci abitueremo, non ti preoccupare - mi appoggiò una delle sue manone sulla spalla, - Sei italiano?
- Per metà francese.
Anche lui era a metà. Congolese e parigino. Un nero con la erre moscia e una sana concretezza, - Le ragazze buone sono nelle classi avanti. Occhi aperti.
Trovai così un amico. Eravamo due metà che avrebbero fatto un intero".

Di quei cappelletti in brodo, ho preso il profumo di madre e la nostalgia dei tempi andati. L'impotenza dinanzi agli eventi che fanno una vita, un padre strambo e la sua solitudine, e la voglia di proteggere l'uno e punire l'altra. La madre che ha sfasciato una famiglia, l'utero che fa più danni di Dio, della sua poca pazienza, dei suoi castighi.
A un certo punto Libero capisce che della vita, bisogna mantenere intatta la purezza, quel candore che fa rosso il viso di imbarazzo, un colore legato alla paura della prima volta. Ma è altrettanto importante mantenere l'indecenza. 
Il Libero bambino poi diventa ragazzo, poco più maturo, e scopre che dal candore si passa ad ammettere il lato insospettabile di ognuno. Il sesso che prima era solo un vanto da osteria, un bisogno, uno sfogo che ci fa bestie e fin troppo umani, diventa ora bellezza condivisa, che lega un uomo e una donna.
E se l'amore vuole l'osceno, che chiama le storie della letteratura, del cinema e le righe di un poeta, allora è giusto il compromesso.
Siamo essere umani, siamo isole senza mare.
E Missiroli è fin troppo bravo a rendere questo stato d'animo. La sua scrittura scorre fluida e senza freno, ed è bella per questo. Perché non si ferma davanti a niente, è indecente, ti fa rabbia e ti fa tenerezza. Ti spoglia e ti rimette al mondo, come i libri con Libero e tutte quelle storie che a un certo punto diventano trama del romanzo. 
L'autore arricchisce il suo stile con citazioni che portano il lettore ad amare il suo protagonista, la sua vita, la sua oscenità. Ed è una bella trovata, di uno scrittore paraculo, certo, ma se non altro autentico.


Il luogo privato è l'utero, e pure l'odore del forno acceso. 
I cappelletti.
La ricotta e il limone. La noce moscata.
E l'osceno è la vita.

Mi sono data queste risposte.


lunedì 23 gennaio 2017

Quando cercavamo la neve




Questo fine settimana siamo stati in montagna.
A Rocca di Mezzo, nella provincia dell'Aquila.
Siamo partiti con le immagini davanti agli occhi di un albergo travolto dalla neve, con i titoli dei tg e le voci dei parenti - preoccupate, isteriche - che si raccomandavano.

"Non potete partire. Non dovete".

Ma noi questo fine settimana siamo stati in montagna.
Perché lo aspettavamo da una vita, questo week end. Perché i bambini contavano i giorni, e già sentivano la neve. Io che pensavo a bassa voce: "Tre giorni senza fare nulla, servita e riverita. Una signora!"
Finalmente un po' di riposo, meritato. E un po' di buona compagnia, sorrisi, bicchieri di vino in tavola e una comitiva di bambini a riempire la hall dell'albergo.

"Mamma ma l'albergo dove andiamo noi finisce sotto la neve come quello che abbiamo visto in tv?"

Prima dei sorrisi tante domande, e la paura di privare i nostri figli di tutto. 
Perché tu sei responsabile e hai una paura che non puoi nemmeno spiegare, quando si tratta di loro. Dei tuoi figli.
Paura di partire nonostante i tg, nonostante la tragedia e poi il terremoto, e tutta quella neve. 
Troppa.
Mai fatta tutta questa neve. Mai vista tutta questa neve.

Partire e lasciarsi alle spalle l'accusa di essere un genitore incosciente, che se ne frega dei rischi, che dimentica di come la gente muore.
Trenta persone, tanti bambini.
Il sogno di un week end travolto dalla neve.
La morte.
"E voi che fate? Andate incontro all'inferno?"

La verità è che noi non dimentichiamo nulla. Parlo per me, che sono madre di tre figli, ma so che molti genitori oggi vivono così.
Mentre sorridevo a mio figlio, il grande, per dirgli che non sarebbe accaduto nulla al nostro albergo e che con tutta quella neve il divertimento era assicurato, ripensavo ai rimproveri di mia suocera, allo sguardo di mia madre che ci vedeva come bambocci che stavano per essere spediti in trincea.
E ho capito che non era giusto. Che non merito di vivere così.
Che i miei figli nella neve devono vederci la gioia, i loro stessi sorrisi.

Perché il mondo oggi è così, ma non è colpa loro, e nemmeno la mia.
Certe cose non devono cambiare, non devono imbruttirsi di paure e paranoie.
Ci ho pensato molto questo fine settimana, in montagna.
Guardavo i bambini in mezzo a tutto quel bianco, a volte sprofondavano e io mi mettevo in punta di piedi per cercare i loro visi.
Mi basta questo - mi sono detta. Perché un tempo li ho indossati anch'io, quei sorrisi.
Quando partivamo per andare in montagna, quando eravamo un po' più spensierati.
Quando cercavamo la neve, e ci speravamo con tutto il cuore.


lunedì 16 gennaio 2017

Il sapore del successo



Dalla cucina di Cracco e & Co. al grande schermo.
Il passaggio non è poi tanto brusco, ci si abitua ben presto e volentieri, infatti, al volto da bello e dannato di Bradley Cooper, lo chef che ambisce alla terza stella Michelin dopo aver avuto a che fare con un milione di ostriche in Louisiana.

La storia si sposta da Parigi a Londra, quest'ultima, città di riscatto e vecchi rimpianti legati al passato. Adam Jones sembra avere messo davvero la testa a posto. Niente più tenori di vita alla gioventù bruciata, ma solo una grande idea, una grande ambizione. Quella di diventare uno chef ancor più grande, in grado di donare ai clienti dei veri e propri "orgasmi culinari".
Perché la cucina esprime chi siamo, e sbagliare non è permesso.
Nonostante Bradley Cooper, il quale proprio non ne vuole sapere di andarmi a genio, il film si lascia guardare senza particolari sforzi. 



La mia repulsione al bel faccino di Cooper, non doveva e non voleva in alcun modo influenzare la visione. Perché chi mi conosce sa, quanto io ami la cucina, e poi perché non è mai giusto. Nei confronti del cinema, e pure di un attore che nonostante ti stia sulle palle, merita sempre e comunque la tua più sincera opinione. 
Ebbene sì, Il sapore del successo mi è piaciuto.
Senza troppe pretese o aspettative, parliamo di un prodotto commerciale che tratta di cibo e stellette, tra coltelli affilati e cucine piene di uomini arroganti e donne che combattono pur di emergere in un ambiente prettamente maschile. Ancora oggi dopo miliardi di anni.
E se c'è un aspetto che mi ha colpito di Adam Jones, è proprio questo suo essere uno stronzo e arrogante dal cuore tenero. 
Ho trovato credibile il suo personaggio, io che di chef ne vedo e ne seguo a fiotti, tanto che ho pensato persino di curare la mia orticaria da Bradley Cooper, che magari è giunta l'ora, dài.


Mi piace il suo Adam Jones quando ammette le sue debolezze, quando spiega le differenze tra l'alta cucina e quella da fast food, mettendo in risalto la costanza, quel dettaglio che annienta un po' tutto, non solo il talento ma anche la vita.
Costanza intesa come routine, come un uomo che volta le spalle alla fantasia e alla voglia di sperimentare.
Vero è, che a me, basta vedere una cucina con dentro un uomo o una donna col grembiule, e tanto mi basta. Per sentirmi appagata, per trovare ispirazione. Non so, e tante altre cose.
La cucina è un luogo strano, non so se dal punto di vista cinematografico funzioni davvero. 
Ma nella peggiore delle ipotesi, che sia un reality o un film, o un libro di ricette, ti lasci alle spalle un tizio col capo chino su un piatto, le mani decise eppure tanto sottili, intente a dirigere tutta l'orchestra. Gli ingredienti, il rumore di tutti gli utensili, gli odori.
Per me, armonia dei sensi.

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