lunedì 23 gennaio 2017

Quando cercavamo la neve




Questo fine settimana siamo stati in montagna.
A Rocca di Mezzo, nella provincia dell'Aquila.
Siamo partiti con le immagini davanti agli occhi di un albergo travolto dalla neve, con i titoli dei tg e le voci dei parenti - preoccupate, isteriche - che si raccomandavano.

"Non potete partire. Non dovete".

Ma noi questo fine settimana siamo stati in montagna.
Perché lo aspettavamo da una vita, questo week end. Perché i bambini contavano i giorni, e già sentivano la neve. Io che pensavo a bassa voce: "Tre giorni senza fare nulla, servita e riverita. Una signora!"
Finalmente un po' di riposo, meritato. E un po' di buona compagnia, sorrisi, bicchieri di vino in tavola e una comitiva di bambini a riempire la hall dell'albergo.

"Mamma ma l'albergo dove andiamo noi finisce sotto la neve come quello che abbiamo visto in tv?"

Prima dei sorrisi tante domande, e la paura di privare i nostri figli di tutto. 
Perché tu sei responsabile e hai una paura che non puoi nemmeno spiegare, quando si tratta di loro. Dei tuoi figli.
Paura di partire nonostante i tg, nonostante la tragedia e poi il terremoto, e tutta quella neve. 
Troppa.
Mai fatta tutta questa neve. Mai vista tutta questa neve.

Partire e lasciarsi alle spalle l'accusa di essere un genitore incosciente, che se ne frega dei rischi, che dimentica di come la gente muore.
Trenta persone, tanti bambini.
Il sogno di un week end travolto dalla neve.
La morte.
"E voi che fate? Andate incontro all'inferno?"

La verità è che noi non dimentichiamo nulla. Parlo per me, che sono madre di tre figli, ma so che molti genitori oggi vivono così.
Mentre sorridevo a mio figlio, il grande, per dirgli che non sarebbe accaduto nulla al nostro albergo e che con tutta quella neve il divertimento era assicurato, ripensavo ai rimproveri di mia suocera, allo sguardo di mia madre che ci vedeva come bambocci che stavano per essere spediti in trincea.
E ho capito che non era giusto. Che non merito di vivere così.
Che i miei figli nella neve devono vederci la gioia, i loro stessi sorrisi.

Perché il mondo oggi è così, ma non è colpa loro, e nemmeno la mia.
Certe cose non devono cambiare, non devono imbruttirsi di paure e paranoie.
Ci ho pensato molto questo fine settimana, in montagna.
Guardavo i bambini in mezzo a tutto quel bianco, a volte sprofondavano e io mi mettevo in punta di piedi per cercare i loro visi.
Mi basta questo - mi sono detta. Perché un tempo li ho indossati anch'io, quei sorrisi.
Quando partivamo per andare in montagna, quando eravamo un po' più spensierati.
Quando cercavamo la neve, e ci speravamo con tutto il cuore.


lunedì 16 gennaio 2017

Il sapore del successo



Dalla cucina di Cracco e & Co. al grande schermo.
Il passaggio non è poi tanto brusco, ci si abitua ben presto e volentieri, infatti, al volto da bello e dannato di Bradley Cooper, lo chef che ambisce alla terza stella Michelin dopo aver avuto a che fare con un milione di ostriche in Louisiana.

La storia si sposta da Parigi a Londra, quest'ultima, città di riscatto e vecchi rimpianti legati al passato. Adam Jones sembra avere messo davvero la testa a posto. Niente più tenori di vita alla gioventù bruciata, ma solo una grande idea, una grande ambizione. Quella di diventare uno chef ancor più grande, in grado di donare ai clienti dei veri e propri "orgasmi culinari".
Perché la cucina esprime chi siamo, e sbagliare non è permesso.
Nonostante Bradley Cooper, il quale proprio non ne vuole sapere di andarmi a genio, il film si lascia guardare senza particolari sforzi. 



La mia repulsione al bel faccino di Cooper, non doveva e non voleva in alcun modo influenzare la visione. Perché chi mi conosce sa, quanto io ami la cucina, e poi perché non è mai giusto. Nei confronti del cinema, e pure di un attore che nonostante ti stia sulle palle, merita sempre e comunque la tua più sincera opinione. 
Ebbene sì, Il sapore del successo mi è piaciuto.
Senza troppe pretese o aspettative, parliamo di un prodotto commerciale che tratta di cibo e stellette, tra coltelli affilati e cucine piene di uomini arroganti e donne che combattono pur di emergere in un ambiente prettamente maschile. Ancora oggi dopo miliardi di anni.
E se c'è un aspetto che mi ha colpito di Adam Jones, è proprio questo suo essere uno stronzo e arrogante dal cuore tenero. 
Ho trovato credibile il suo personaggio, io che di chef ne vedo e ne seguo a fiotti, tanto che ho pensato persino di curare la mia orticaria da Bradley Cooper, che magari è giunta l'ora, dài.


Mi piace il suo Adam Jones quando ammette le sue debolezze, quando spiega le differenze tra l'alta cucina e quella da fast food, mettendo in risalto la costanza, quel dettaglio che annienta un po' tutto, non solo il talento ma anche la vita.
Costanza intesa come routine, come un uomo che volta le spalle alla fantasia e alla voglia di sperimentare.
Vero è, che a me, basta vedere una cucina con dentro un uomo o una donna col grembiule, e tanto mi basta. Per sentirmi appagata, per trovare ispirazione. Non so, e tante altre cose.
La cucina è un luogo strano, non so se dal punto di vista cinematografico funzioni davvero. 
Ma nella peggiore delle ipotesi, che sia un reality o un film, o un libro di ricette, ti lasci alle spalle un tizio col capo chino su un piatto, le mani decise eppure tanto sottili, intente a dirigere tutta l'orchestra. Gli ingredienti, il rumore di tutti gli utensili, gli odori.
Per me, armonia dei sensi.

sabato 14 gennaio 2017

Roberto Teofani - Download



"Se uno esce, uno deve entrare", è questa la regola.
Ma Download non è solo un gioco clandestino, non è nemmeno l'antefatto vero e proprio di questo romanzo. Il primo, dell'autore Roberto Teòfani, che torna a pubblicare per la seconda volta con Efesto Edizioni dopo il suo Schegge d'Italia. Un viaggio, un libro.

In realtà il titolo è abbastanza fuorviante e, non lo nego, ogni due pagine mi immaginavo uno scambio verbale con l'autore - nonché amico e collega carissimo - anche abbastanza acceso: "Ok. Adesso mi dici che ca**o vuol dire Download?"

Il punto forte del romanzo è tutto qui, perché fino alla fine il lettore è come catapultato in una zona d'ombra, rapito da un vortice di domande senza risposta. 
Il libro si apre e si chiude con uno scambio epistolare risalente a circa vent'anni prima rispetto ai fatti narrati, e forse questo può tornare utile a quel lettore che, una volta finito il libro, tiene ancora qualche questione in sospeso.
Quel lettore - tipo me.
E se dico scambio epistolare, si sa, dico un lui e una lei, due amanti. Divisi, separati dal destino, probabilmente. Insomma ci siamo capiti, quella cosa che move il sole e l'altre stelle.
In Download l'amore gioca un ruolo decisivo, e si fa beffa dei protagonisti, ignari fino alla fine di ciò che riserva loro la storia.
"Bisogna credere al destino come si crede a un Dio", e non a torto l'autore cita questa massima. Come a voler preparare chiunque si trovi a un passo da quella prima pagina.
Prima dell'inizio.
Del gioco, della storia.
Parlare di Download mi fa sentire una turista a Roma, con la meraviglia negli occhi davanti a una città che sola, è già protagonista e fondo dipinto di ogni qualsivoglia storia. 
Tra le pagine infatti si snoda un tour d'eccezione, ripercorrendo i luoghi tanto cari alla capitale, e con essi i sapori, gli odori. Mi viene in mente il Pantheon, il quartiere Testaccio. I primi baci, innocenti e caldi, e il sapore di un gelato al pistacchio.
Che l'autore sia un appassionato di musica e cinema, lo si capisce fin dalle prime pagine. La storia di Download è anche un profumatissimo pot purrì  fatto di omaggi e citazioni.
Cambiano le strofe di una canzone, cambiano i tempi, si fanno le rivoluzioni, diventano grandi gli uomini di cui si ricordano le grandi gesta. Ma il paradosso, oppure il fatto più ovvio di tutti, è che basta uno sguardo fatto bene in metropolitana, una scelta sbagliata, un gioco che non avremmo mai voluto iniziare, e il treno per la luna è già partito.
E in mano un solo biglietto.
Scaduto.

venerdì 13 gennaio 2017

Riprendermi me



A intervalli di tempo non regolari, e lo dico come se questo possa escludere una diagnosi inequivocabile, parlo al mio blog e gli chiedo un favore. Quello di diventare carta bianca per me, di non chiedermi quale sia la ragione precisa, di farsi paziente. E lui si piega e si presta alle mie paturnie, con la stessa gentilezza di sempre.

Questi momenti della mia vita vanno e vengono come pianeti sparati in un'altra orbita, che fanno del mio tempo una bolla ad aria compressa. Mi sembra di averne poco, di tempo. Mi sembra di avere poco di tutto, e che tutto a un tratto diventi troppo.
Mi paralizzano le piccole cose, mi ritrovo a desiderare luoghi lontani o chissà quali imprese, e un attimo dopo l'esatto contrario.
Mi basta il mio pc, le dita sulla tastiera, il suono che fa la mia vita quando mi sento davvero me stessa. 
Ma quando l'aria non basta e i pianeti corrono a mille all'ora, non so nemmeno più chi sono.
E questo non saperlo, questo dubbio, mi parla forte.
Mi manca chi ero. Mi manca me.

La maternità è un atto unico in centomila tempi. E a volte ti perdi tra gli eventi, tra le pagine.
Ti perdi a capire chi sei, con le mani mai libere da qualche faccenda, di donna, domestica, moglie, madre, sognatrice e bambina.
E io mi ci perdo, fino a non ritrovarmi più. 

Non chiedermi quale sia la ragione, avevi promesso.
Forse ho solo bisogno di ricominciare da qui, e riprendermi me.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...